Esploderò: quello che resta dentro troppo a lungo
Ci sono cose che non diciamo perché pensiamo di riuscire a trattenerle.
Parole che rimandiamo. Paure che nascondiamo. Assenze con cui impariamo a convivere. Parti di noi che continuiamo a comprimere fino quasi a dimenticarci che sono ancora lì.
Poi arriva un momento in cui non è più possibile.
Esploderò nasce da quel momento.
Non penso all’esplosione soltanto come a un gesto di rabbia. Per me è qualcosa di più profondo: è la conseguenza di tutto ciò che è rimasto fermo troppo a lungo.
Una pressione che cresce lentamente.
All’inizio quasi non la senti. Poi comincia a occupare spazio, a modificare il modo in cui guardi le cose, il modo in cui ricordi, il modo in cui provi a continuare.
Finché qualcosa deve uscire.
Non è una canzone sulla rabbia
Il titolo può far pensare immediatamente alla rabbia, ma Esploderò per me non nasce da lì.
Nasce dalla tensione.
Da quella sensazione che si crea quando continui a tenere insieme qualcosa che, dentro di te, ha già cominciato a rompersi.
Ci sono momenti in cui restare in silenzio sembra la scelta più semplice. Non affrontare qualcosa permette di andare avanti, almeno per un po’.
Ma il silenzio non cancella quello che proviamo.
Lo conserva.
Ed è proprio questo accumulo che volevo raccontare.
Non il momento immediatamente successivo a una ferita, ma quello che arriva molto più tardi, quando ti rendi conto che ciò che pensavi di aver lasciato alle spalle continua invece ad avere un peso.
Da Come fossi niente a Esploderò
In un certo senso, Esploderò parte dallo stesso luogo emotivo di Come fossi niente.
Ci sono ancora l’assenza, la memoria e ciò che rimane dopo che qualcosa è cambiato.
Ma il movimento è diverso.
In Come fossi niente c’era soprattutto il tentativo di guardare un vuoto.
In Esploderò quel vuoto comincia a reagire.
La musica segue questa trasformazione.
Volevo che il brano avesse una crescita percepibile, che non raccontasse soltanto la pressione attraverso le parole, ma che la facesse sentire anche nel suono.
Le chitarre, la dinamica e il modo in cui il pezzo si apre progressivamente fanno parte dello stesso racconto.
La sensazione che cercavo era quella di qualcosa che continua ad avanzare e che non può più tornare indietro.
Trattenere
Mi interessa molto ciò che accade prima delle cose evidenti.
Prima di una scelta.
Prima di una rottura.
Prima di una parola detta finalmente ad alta voce.
È uno spazio difficile da raccontare perché apparentemente non succede nulla.
Eppure dentro può succedere tutto.
Esploderò vive principalmente lì.
Nel punto in cui continui ancora a trattenere, ma sai già che non potrai farlo per sempre.
Forse è anche per questo che questa canzone rappresenta per me un passo diverso nel percorso di Arké.
Non soltanto per il suono, ma perché porta verso l’esterno qualcosa che fino a quel momento era rimasto soprattutto interiore.
Quello che rimane
Alla fine, continuo a tornare sempre alla stessa domanda.
Che cosa rimane delle cose quando finiscono?
Non credo che spariscano davvero.
Cambiano forma.
Diventano ricordi, paure, immagini, parole che tornano quando meno ce lo aspettiamo.
A volte diventano canzoni.
Esploderò è una di queste.
Una canzone nata da qualcosa che è rimasto dentro abbastanza a lungo da dover trovare una via d’uscita.
E forse esplodere, qualche volta, non significa distruggere.
Significa semplicemente non riuscire più a fingere che dentro non stia succedendo niente.
Esploderò è disponibile ora su tutte le piattaforme digitali.
Questo frammento fa parte del Diario di Arké.
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